CONGRESSO SAPP 2023: ODIO – VENDETTA – RANCORE

Un contributo di un’allieva della SAPP in vista del Congresso annuale dal titolo “Odio-Invidia-Rancore. Ombre distruttive da dissolvere”

ODIO – VENDETTA – RANCORE

MEDEA Opera di EURIPIDE
I.N.D.A. – Istituto Nazionale del Dramma Antico

Regia di Federico Tiezzi
Traduzione di Massimo Fusillo

“No!
Io lo so da tempo!
La condizione umana non è che un’Ombra!
E affermo, senza timore, che chi si crede un saggio, un pensatore profondo, è proprio lui che più facilmente incorre nella stupidità!
Non esiste un essere umano che sia felice!
Quando la ricchezza scorre in abbondanza, uno forse può dirsi più fortunato di un altro… ma felice, no!
Felice, mai!”

Anche quest’anno, come già capitato precedentemente, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico ha creato e messo in scena una versione della classica Medea di Euripide, con una Laura Marinoni lucidamente folle nei suoi panni.
Questa regia (Federico Tiezzi) è stata capace di rendere incredibilmente attuale un personaggio così antico, permettendo di percepire maggiormente, in questo modo, la potenza atavica della cultura greca, nostra progenitrice.
A fare da cornice, la magia intensa dell’immutabile Teatro Greco di Siracusa, che da sempre ospita la (ri)messa in scena delle tragedie, delle commedie greche, in compagnia di un Orecchio di Dionisio non troppo lontano, messo lì quasi per caso ad ascoltare.
La tragedia, l’Ombra, di Medea è costituita dal baluardo dell’infanticidio, un atto solitamente contro natura, in questo caso giustificato dalla sete di vendetta nei confronti del marito, colpevole di adulterio; e dunque, Medea, non contenta di avergli portato via con una morte atroce e sofferente la nuova amante ed il nuovo suocero tramite le proprie arti e doti magiche (aveva preparato dei potenti veleni), decide che solo uccidendo anche i propri figli, il frutto ed il simbolo del loro talamo e del loro amore, gli avrebbe mangiato il cuore.
Secondo una lettura psicoanalitica, si potrebbe dire che Medea è stata tradita nel simbolo (in questo caso il talamo), (Jung) il tradimento da parte del marito è stato il trauma che ha causato uno spaccato dalla realtà in cui questa donna avrebbe generalizzato e proiettato il dolore per il torto subito, un dolore che l’avrebbe portata ad un annullamento dei confini tra Sè e Altro da Sè, rendendola incapace di riempire un significato (in questo caso, i figli) di significante (il suo amore per loro). (Lacan)
Ma basterebbe questa interpretazione a definire la spinta pulsionale di Medea?
Perchè non è bastata una azione diretta nei confronti del marito fedifrago?
Perchè neanche l’azione nei confronti della nuova amante e di suo padre ha saziato Medea?
Secondo il PPM, potremmo inserire senza difficoltà il funzionamento di personalità di Medea all’interno dei perversi, non è bastata l’azione a scapito del simbolo nuziale, l’annichilimento doveva essere attuato nei confronti del significante concreto della procreatività del marito: l’attacco ai figli è chiaramente un attacco alla fecondità, alla potenza primordiale che appartiene all’uomo, come anche alla donna. Trascendendo, si può sostenere che l’attacco è al potenziale, perché tutto è possibilità prima di diventare atto. (Aristotele).
A Medea non è bastato distruggere l’atto, la sua bramosia era verso il possibile.

“Solo così gli mangerò il cuore”

Ed è così dunque compiuta la triade Odio-Rancore-Vendetta; in chiave teologica e filosofico-teoretica, facendo riferimento ad un saggio scritto da Philip Tallon (trad. Erica Magrì), potremmo asserire che l’azione compiuta da Medea (l’infanticidio) si potrebbe definire un orrendo male, benzina che alimenta in linea generale il trittico sopracitato.
La riflessione che in questo caso si vuole portare è la seguente: perché l’atto viene portato all’estremo, al limite del grottesco, dell’antiestetico?
L’esistenza dei mali, dell’orrendo, dell’ombra mette in forte dubbio i canoni del Cristianesimo e della teologia: se Dio esiste come essere buono e misericordioso, e sono tutti a sua immagine e somiglianza, perché allora esiste archetipicamente il male?
Dio non è abbastanza potente, o Dio non esiste?
La ragione dell’uomo ha un limite di fronte a ciò, ma è riuscito a trovare un X Factor: la morale.
Se guardassimo Medea semplicemente con la lente matricida, potremmo esprimere senza remore un parere morale riguardo al suo operato; ma se aggiungessimo ai nostri occhiali anche le lenti tradita, umiliata, probabilmente il parere non sarebbe più univoco, accenderebbe un diàlogos.
Questo è un concetto che accompagna anche gli psicoterapeuti nel proprio lavoro: quanto maggiore sarà il numero di lenti a disposizione del terapeuta o dell’analista, direttamente proporzionale sarà l’ampiezza della visuale da cui guardare il problema che il paziente vive e riferisce.
In conclusione, mi piacerebbe lasciare aperto questo quesito: cosa sarebbero Odio, Rancore e Vendetta se aggiungessimo altre lenti ai nostri occhiali?

Dott.ssa Erica Magrì